Orio Vergani: quando Arturo andò alle Roncole

OrioVergani

Orio Vergani

Il famoso direttore d’orchestra e il giovane giornalista: un incontro indelebile
Nel 1926, 25° anniversario della morte di Giuseppe Verdi, il Comune di Busseto chiede ad Arturo Toscanini (1867-1957) di dirigere un’opera nel piccolo, delizioso teatro intitolato al Maestro, il celebre direttore d’orchestra accetta volentieri e ripropone il Falstaff: l’opera con cui nello stesso luogo aveva trionfato per le celebrazioni del centenario della nascita di Verdi (1913). Fu di nuovo un successo; ma fu anche l’occasione per tornare nelle terre del Maestro e ritagliarsi alcuni momenti per entrare in sintonia con la sua anima: momenti che ci sono raccontati nel brano del diario di Orio Vergani qui riportato.
Toscanini era nato in una casa dell’Oltretorrente, quartiere povero, ma combattivo e vivace della vecchia Parma, e da Parma era partito per conquistare i teatri del vecchio e del nuovo mondo, da Milano a New York.
Orio Vergani (1898-1960), giornalista, scrittore e drammaturgo milanese, storica firma del Corriere della Sera, celebre per gli articoli sportivi ma anche appassionato di gusti e paesaggi d’Italia (fondò l’Accademia della Cucina Italiana ed è considerato un pioniere del fotogiornalismo), aveva vissuto alcuni anni a Parma, conoscendone e apprezzandone l’animo popolare e la passione per l’opera.
Per questo, quando il giornalista, ancora alle prime armi, venne spedito un po’ per caso a seguire il tour dell’anziano e  famosissimo direttore d’orchestra nelle terre di Verdi, l’incontro si rivela vivo e denso di suggestioni e ricordi duraturi nel tempo, come dimostra il brano tratto dal suo Diario e datato 18 gennaio 1957.

 

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Il teatro Verdi di Busseto in una cartolina d’epoca

Toscanini nei luoghi verdiani: Parma e Busseto
“Nel 1926, quando tornai a Parma per una cronaca toscaniniana, la città del mio liceo era già un po’ mutata: ma c’erano ancora nelle vetrine i cavalli di Brunilde di De Stròbel*, le pile di edizioni del Bodoni nella retrobottega del libraio Vanini, e, soprattutto, in ogni portone, giacché Parma è città di famosi fotografi, immagini gigantesche, eguali a quelle di dieci anni prima, con i ritratti dei più gagliardi tenori e dei più tonanti baritoni. Sembrava che Lohengrin e Manrico, Rigoletto e Wotan ci aspettassero a ogni cantone. Fra loro, in frac, stava, in una fotografia grande al vero, il maestro Cleofonte Campanini o il vecchio maestro Zuelli, direttore del Conservatorio. Da ogni portone occhieggiavano la Tetrazzini** e Rosina Storchio***. Borgatti imperversava ancora, brandendo la spada di Sigfrido.
Mezza Parma era pronta a trasferirsi a Busseto su automobili dalle alte carrozzerie rosse o nero ebano. Là, Toscanini aveva voluto stabilire il proprio quartier generale per le rappresentazioni benefiche di un Falstaff scaligero ridotto alle proporzioni in miniatura del teatrino paesano. Nessuno poteva assistere alle prove: ma, fra un atto e l’altro, non avendo il teatro salette o foyer, il maestro veniva fuori a prendere una boccata d’aria sotto al piccolo portico e lì era facile, ai vecchi compaesani di Parma avvicinarlo e parlargli”.

Il maestro che… dirigeva in dialetto!
“Lingua ufficiale era il dialetto, che Toscanini non aveva mai dimenticato. Sono convinto che Toscanini ha sempre, in cuor suo, “diretto in dialetto” con quel chiuso calore, con quel chiuso vigore, con quell’irrompente scatto dell’accento che era stato, senza mai mutamento, l‘accento di Verdi.
Si era nel ‘26: molti, fra la gente che si incontrava sotto ai portici del corso — dove stava l’antica drogheria del Barezzi, protettore del ragazzo musicista di Roncole — potevano ricordare d’aver “visto” Verdi. Qualche vecchietto s’avvicinava a Toscanini e diceva: “Sa signor Maestro, io lo sentivo, alle volte, quando scriveva l‘Aida…”. Averlo ascoltato dai campi, nelle notti di Sant’Agata, comporre al pianoforte il Falstaff, per molti pareva addirittura un ricordo di ieri mattina. Una vecchietta, rivolgendosi a Toscanini, gli diceva: “Lo dico a lei, che mi pare sia un suo figlio… Verdi, l’era un gran bravo signore… Io mi sono sposata con la sua dote, perché Verdi aveva pensato anche alla dote delle ragazze povere”.”

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L’organo della chiesa delle Roncole

Quasi un ritorno a casa
“Toscanini era felice; si concedeva giorni di completa serenità e cordialità paesana. Io avevo, vicino a lui, tutti i timori reverenziali del reporter inesperto. L’obbligo del mestiere m’induceva a non mollarlo di un passo, a pedinarlo inesorabilmente, a diventare quasi la sua ombra: forse a infastidirlo. Non sono sicuro che, nella sua vista già stanca, mi riconoscesse sempre. Forse pensava che fossi un giovane musicista o un orchestrale o un corista. Se mi accadeva di dovere dire qualche parola, cercavo una reminiscenza del dialetto di scuola degli anni di Parma, non per ingannarlo, ma per non “stonare” in quella grande sinfonia dialettale.
Sapevo che non avrebbe mai letto quello che scrivevo di lui nelle impacciate cronache. lo ero un “ pivello” messo in movimento perché era estate, quando i “cannoni” di redazione erano in vacanza. Ero un “ripiego”, un comprimario. Come poteva non tremare, il comprimario, che si infilava nel piccolo corteo per andare con Toscanini alle Roncole e, un’ora dopo, per un intero pomeriggio, a Sant’Agata? Il miglior partito cui attenersi era di stare zitto: ogni parola avrebbe potuto essere una stecca. Il miglior partito era tacere e ascoltare.”

Il silenzio nella chiesa delle Roncole, dove Verdi imparò a suonare
“Eccoci alla chiesetta delle Roncole. Il corteo scaligero rimane sul piccolo sagrato. Tutti sanno che, probabilmente, Toscanini vuole stare solo, nella chiesuola campestre, di pochi altari e di poche panche, dove Verdi è stato battezzato: e restano fuori i soprani celeberrimi, i famosissimi tenori, gli illustrissimi baritoni. Ma io devo entrare, io devo essere indiscreto: io devo ascoltare ciò che a Toscanini racconta il prete del villaggio. Siamo accanto alla scaletta dell’organo: per questa tarlata scaletta di legno il contadinello Verdi saliva, con i grossi zoccoli di legno, per andare lassù a mettere le dita sulla tastiera dei suoi primi studi. “Anche d’inverno” dice il prete. “D’inverno con i geloni, povero ragazzo.”
Salgo — e vorrei essere invisibile — seguendo Toscanini. Lo spazio davanti alla tastiera è così stretto che mi fermo agli ultimi gradini. Toscanini è immobile. Il prete dice: “Vuol suonare qualcosa, Maestro?… Almeno, almeno toccare la tastiera… Almeno le prime note della Vergine degli angeli…”. Toscanini tace. Il suo silenzio dura un minuto. Poi, mette una mano sulle spalle del prete e scuote la testa”.

 

* Daniele De Stròbel nasce nel 1873, pittore e scultore.
** Eva Tetrazzini (1862-1938), soprano dal vastissimo ed eclettico repertorio.
***Rosina Storchio (1876-1945), soprano. Nel 1917, trionfò all’Opéra di Parigi nella prima francese di Butterfly.

Testo tratto da: Orio Vergani, Misure del tempo (Diario 1950-1959), a cura di Nico Naldini, edizioni Leonardo, 1990.

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